IDEALISMO O CONCRETEZZA DI UNA
PROSPETTIVA
Sembra chiaro che dopo la debacle dei due partiti parlamentari che si
richiamano al comunismo e ai suoi simboli, diventa ancora più concreto, o se non
altro meno velleitario, per i comunisti che conservano ancora un legame con il
marxismo leninismo, confrontarsi e verificare la possibilità di un coordinamento
più o meno stabile. Il fatto che in
passato simili momenti di confronto non abbiano dato alcun risultato, non
significa che non si debba intraprendere ancora e ancora lo stesso percorso.
Per capire che cosa può mai
significare per noi “marxismo leninismo” è forse utile aprire una polemica con
quei gruppi di compagni che già da tempo si sono messi sulla via del
coordinamento e dell’ unificazione. Parliamo della Rete dei comunisti, che
chiama a raccolta militanti delle più diverse provenienze politico-ideologiche
presentando alla discussione una Piattaforma (Il Bambino e l’acqua sporca. Il Novecento.
Comunismo contro capitalismo) che sembra a prima vista molto prudente e
problematica ma che in effetti, partendo da un’organica e ragionata
decostruzione del comunismo novecentesco, indica con molta chiarezza la
presunta strada assolutamente
innovativa da percorrere. La Piattaforma annuncia un passaggio di metodo: se vogliamo fare
un’analisi del movimento comunista, vi si legge, dobbiamo prescindere dall’esperienza
storica. Poco dopo viene ribadito lo stesso concetto: “un’ipotesi di lavoro nella ricerca che
vogliamo avviare è di non partire da una valutazione basata prevalentemente su
una lettura storica”.
Affermazioni di tal genere farebbero sobbalzare, prima ancora che Marx ed Hegel,
Benedetto Croce, o ancor prima Giambattista Vico! Non e’ forse vero che il
richiamo costante, l’insistenza sul tema della storia ha costituito
l’architrave delle filosofie di
questi autori? Non disse Croce che la tendenza antimetafisica del moderno
atteggiamento filosofico consisteva nel ridurre la filosofia ad attività di
ricerca storico-culturale
abbandonando ogni speculazione trascendente?
Due
punti di vista sulla legge del valore
Evidentemente i compagni della Rete dei comunisti, allontanando da sé la
realtà immanente del socialismo (che
invece è pienamente comprensibile solo se riportiamo, quella realtà, al suo
concreto divenire storico) preferiscono trastullarsi con una speculazione
trascendente: vale a dire la legge del
valore. Affermano, con una certa cautela, che a causa della persistenza (in Russia, ma anche in
Cina) della legge del valore (“strettamente collegata al mercato
capitalistico”), praticamente il socialismo in quei paesi non c’è mai stato,
poiché nell’esperienza socialistica
(usano questo termine) del secolo passato, soprattutto nell’Urss del periodo
staliniano, dell’insidia che si celava nella legge del valore nessuno aveva
capito nulla. “Se la legge del valore
-scrivono- è il metro di misura
universale delle relazioni sociali nel capitalismo, da cosa va sostituito in una
organizzazione sociale diversa?” A questa domanda i partiti comunisti al
potere non sono riusciti a dare
risposta, per cui tocca a noi sciogliere l’enigma, ciò che richiede “un alto livello teorico delle capacità
soggettive”. Tuttavia, quelle società che i compagni definiscono socialistiche, o ancora più prudentemente non capitalistiche “hanno dimostrato fino ad oggi di essere in
grado di sapere -se non raggiungere sicuramente- per lo meno avvicinarsi allo
sviluppo capitalistico”. Quindi se le rivoluzioni bolscevica e cinese non
sono nemmeno riuscite a completare lo sviluppo capitalistico, vi si sono almeno
avvicinate. Ma se i compagni hanno riservato nelle loro analisi sull’insuccesso
dei regimi socialistici del
novecento un posto così importante
alla legge del valore tanto da farne -ripetiamo- una categoria trascendente,
metastorica, lunare, perché mai, invece di scomodare Sraffa, non sono andati
alla fonte per confutare direttamente ciò che Stalin nel 1952 ha detto a proposito di questa legge?
Egli l’ha trattata in un capitolo a se stante nella famosa opera “Problemi
economici del socialismo in Urss” in cui ammise che la legge del valore in
Unione Sovietica non solo operava ancora , ma che era di grande utilità per
diversi motivi, perché serviva: 1) a educare i dirigenti dell’economia sovietica
nello spirito di una direzione razionale della produzione; 2) a insegnare a
calcolare le quantità da produrre, a calcolarle con esattezza, a tener conto con
altrettanta esattezza delle cose reali della produzione e non a perdersi in
chicchiere su “dati orientativi” campati in aria; 3) a cercare, trovare e
sfruttare le riserve nascoste che si celano in seno alla produzione e a non
dissiparle; 4) a migliorare sistematicamente i metodi della produzione, a
diminuire il costo di produzione, a fare una realistica analisi dei costi e
ottenere che le aziende siano autosufficienti. Il problema, diceva Stalin, non
consisteva nel fatto che la produzione in Urss fosse influenzata dalla legge del
valore, ma al contrario, che gli organi dirigenti dell’economia avessero scarsa
dimestichezza con essa, perché non la studiavano abbastanza ed erano quindi
incapaci di tenerne conto nei loro calcoli. “Ma significa tutto questo -citiamo per
esteso- che l’influenza della legge del
valore si eserciti da noi con la medesima ampiezza che nel capitalismo e che
questa legge sia da noi la regolatrice della produzione? No, in nessun modo. In
realtà il campo d’azione della legge del valore nel nostro regime economico è
rigorosamente limitato e circoscritto. Si è già detto che il campo d’azione
della produzione mercantile nel nostro regime è limitato e circoscritto. Lo
stesso si deve dire del campo d’azione della legge del valore. Non v’è dubbio
che l’assenza della proprietà privata dei mezzi di produzione e la
socializzazione dei mezzi di produzione, sia nella città che nella campagna, non
possono non limitare la sfera d’azione della legge del valore e il grado della
sua influenza sulla produzione. Nella stessa direzione agisce la legge dello
sviluppo pianificato (proporzionale) dell’economia nazionale, che ha sostituito
la legge della concorrenza e dell’anarchia della produzione. Nella stessa
direzione agiscono i nostri piani annuali e quinquennali e in generale tutta la
nostra politica economica, che si basa
sulle esigenze della legge dello sviluppo pianificato dell’economia
nazionale. Tutto questo insieme di elementi fa sì che da noi il campo d’azione
della legge del valore sia rigorosamente limitato e che questa medesima legge
non possa nel nostro regime assolvere la funzione di regolatrice della
produzione. Così appunto si spiega il fatto “sorprendente” che, nonostante lo
sviluppo ininterrotto e impetuoso della nostra produzione socialista, la legge
del valore non provochi da noi crisi di sovrapproduzione, mentre la stessa legge
del valore, che ha nel capitalismo un vasto campo d’azione, nonostante i bassi
ritmi di sviluppo della produzione nei paesi capitalistici, produce in essi
periodiche crisi di sovrapproduzione”.
Le
corde profonde dell’identità
Come mai i compagni, che
evidentemente non ne condividono una sola parola al riguardo, non confutano
apertamente Stalin? Forse ne indoviniamo il perché. Dicono che ”le questioni relative ai paesi socialisti
toccano direttamente le corde profonde della identità e della formazione
personale” dei compagni, quindi le cose bisogna dirle e non dirle, magari
edulcorarle, problematizzarle, formularle con cautela, stare attenti a non
ripetere le grossolane e stalinofobiche scemenze controrivoluzionarie
bertinottiane. Intendono far passare il loro messaggio senza incorrere nel
pericolo di disperdere i compagni faticosamente messi insieme. Dicono che quelli
relativi alla storia del comunismo sono argomenti esplosivi, da maneggiare con
estrema cura, come fosse nitroglicerina che se gli dai un piccolo colpo ti
scoppia in mano. Quindi è meglio parlare sottovoce, senza dare scossoni, sennò qualcuno potrebbe esplodere: “ma
che diavolo state dicendo, compagni?!”.
Intanto però, per continuare a decostruire la storia del comunismo, la
Piattaforma ripete, con altre parole, la nota tesi trotskista (dogmatica e
scolastica) dell’impossibilità del socialismo in un solo paese: “Sappiamo bene che uno degli elementi di
crisi della rivoluzione bolscevica è stata la mancata rivoluzione della classe
operaia nel resto dell’Europa”, e sembra quasi che Lenin si sia amaramente
pentito di aver fatto la rivoluzione
in un paese (la Russia) “non solo arretrato, ma piegato da anni di guerra
civile” . La stessa considerazione vale per la Cina (e qui pare di sentire
Togliatti): “Le rivoluzioni fatte, a cominciare da
quella cinese hanno avuto come base sociale le masse rurali sfruttate e non le
classi lavoratrici dei paesi avanzati”. Quindi rivoluzioni di pessima
qualità, non illuminate dalla sapienza dei rivoluzionari dei paesi progrediti
come il nostro.
Lettura evoluzionistica della nostra
storia
Il XX congresso del Pcus e il rapporto segreto di Krusciov; la rottura
del campo socialista a seguito di quel congresso antileninista (rottura che aprì
insperati varchi all’egemonia imperialista e fu il prodromo della dissoluzione
dell’Urss); le conseguenze nefaste di quel congresso sui partiti “fratelli” europei;
l’inaugurazione, sempre sotto la spinta del revisionismo anticomunista, della
“via italiana al socialismo” teorizzata dal Krusciov italiano, tutto ciò è
qualunquisticamente declassato dai teorici della Rete a ”feroce competizione tra le diverse forze
comuniste”. Questa competizione avrebbe prodotto “un conseguente inaridimento delle capacità
teoriche” dei comunisti. Suprema superficialità. Suprema falsità. Fu vero il
contrario: la grande polemica che il Pcc condusse contro il Pcus (che iniziò con
un lungo editoriale del Quotidiano del Popolo ed aveva per titolo Viva il
leninismo!, cui seguirono “Avanti sulla via tracciata dal grande Lenin” e “Uniti
sotto la bandiera rivoluzionaria di Lenin”) arricchì teoricamente i marxisti
leninisti di tutto il mondo i quali
si schierarono con il Pcc, e quando esplose il conflitto armato
sull’Ussuri, fiume di confine fra Cina e Urss, quei compagni seppero da che
parte stare. Noi comunisti italiani avemmo la fortuna di leggere una diretta
polemica del Pcc contro Togliatti, e il contenuto rivoluzionario di quegli
scritti costituisce ancora oggi una
preziosa fonte politica e ideologica di grandiosa attualità, da cui le nuove
generazioni di comunisti non possono prescindere se vogliono intendere fino in
fondo le mistificazioni sulla pace e sulla guerra, sulla coesistenza pacifica e
sulle vie parlamentari al socialismo. Altro che inaridimento teorico, altro che
feroce competizione tra “diverse” forze comuniste!
Mentre i teorici della Rete cercano di non toccare le “corde profonde”
dei compagni quando delegittimano la storia del comunismo, allo stesso tempo
però si ingegnano ad accreditare il marcio e morente regime borghese
imperialista (e proprio per questo tanto più pericoloso e guerrafondaio)
attribuendogli capacità egemoniche e rivoluzioni tecnologiche. Non commettiamo,
sembrano dire, gli errori dei nostri predecessori che ritenevano imminenti altre
rivoluzioni socialiste: dare per
acquisita la prospettiva e la possibilità irreversibile del socialismo ha
significato incorrere in un vero e proprio errore teorico”. Quindi, come si
vede, le cose si mettono per le lunghe,
l’assalto al cielo non è a portata di mano, bisogna aprire una lunga fase
di lavoro teorico e politico chiamando a collaborare i compagni delle più
diverse provenienze senza ecumenismi, beninteso, ma anche senza arroccamenti
identitari. Dunque il partito che i compagni della Rete vogliono costruire non
deve dare per acquisita la prospettiva e la possibilità irreversibile del
socialismo (che significherebbe ripetere un vecchio errore teorico dei partiti
che hanno conquistato il potere), ma adottare il punto di vista della transizione, che richiede grandi
capacità teoriche data l’estrema
complessità attuale.
Ma si può immaginare che noia entrare in un partito così? In un partito
in cui, invece di “Proletari e popoli oppressi di tutto il mondo unitevi!”
campeggerebbe la scritta: “Perdete ogni speranza o voi che entrate: niente
rivoluzione ma solo transizione!”?
Sarebbe, quello, un partito composto da comunisti presi da scoramento,
invecchiati, esausti, che hanno consunto tutte le speranze residue e assunto un
atteggiamento di commiserazione verso quei militanti che ancora si attardano in
sogni di assalti al cielo e ore x, mentre loro si appresterebbero con
rassegnazione a ritirarsi a una vita di studio per cercare di capire quanti
secoli ancora o millenni occorreranno perché si compia finalmente la
Transizione.
Che
cosa può significare oggi “marxismo leninismo”
Ecco, per ritornare al punto iniziale: che cosa può mai significare per
noi marxismo leninismo? Innanzitutto riappropriarsi, come dice Losurdo,
dell’orgoglio della nostra storia, senza sentimentalismi e senza autocoscienze.
Soltanto una visione non storicistica delle divergenze nate nel movimento
comunista può far nascere l’illusione di fondere in un’unica compagine
trotskisti, bordighisti, stalinisti e tutte le altre possibili sfumature di
comunismi nati a seguito del crollo del muro di Berlino.
Soltanto ritenendo che sia possibile azzerare le cosiddette appartenenze
si può chiedere ai compagni (pure usando tutte le possibili cautele) di
ritornare punto e daccapo.
Soltanto una visione filosofica d’altri tempi può fare iniziare il
processo di conoscenza a partire da una presunta “tabula rasa”,
cioè da un cervello immerso, per così dire, in uno spazio asettico di
vuoto spinto. Un simile luogo metastorico è solo un artificio filosofico, uno
spazio puramente immaginario. Figurarsi poi se sia possibile un cammino inverso,
vale a dire che una coscienza formata ritorni indietro alla condizione di
“tabula rasa”. Per questo le vecchie fratture fra tutti i compagni che si
richiamano in qualche modo al comunismo si ripropongono sempre, inevitabilmente,
fatalmente. Ogni “arcobaleno”, ogni appello all’unità sotto una semplice
bandiera rossa, sotto un semplice simbolo di falce e martello ha storicamente
dimostrato di produrre scissioni e scissioni nelle scissioni. I settarismi, gli
opportunismi, gli estremismi (infantili o senili che siano) non si esorcizzano
con chiacchiere a vuoto sull’unità ma facendo una battaglia per l’affermazione
di una linea politica rivoluzionaria formulata ed argomentata con il massimo
possibile di chiarezza, una linea politica
che rifugga da formule generiche del tipo “via italiana al socialismo”,
“eurocomunismo”, “compromesso storico”, le quali formule, alla stregua dei
responsi oracolari, si adattano ad ogni possibile interpretazione e deludono un
po’ tutti e allo stesso tempo soddisfano un po’ tutti.
La biografia di Lenin, tanto
per prendere a modello uno che la rivoluzione proletaria l’ha fatta e l’ha
vinta, il suo infaticabile lavoro quotidiano di teorico e organizzatore politico
stanno a dimostrare che la via aspra e difficile della lotta politica di
principio è l’unica che alla fine si dimostra all’altezza dei compiti storici a
cui vengono chiamati i partiti comunisti nelle crisi
rivoluzionarie.
Per i comunisti di oggi il richiamo al leninismo deve significare lotta
di principio per unire i compagni sulle grandi questioni della nostra epoca: la
valutazione storica dell’Unione Sovietica; la valutazione storica della
Repubblica popolare cinese; l’analisi dell’imperialismo oggi; i pericoli incombenti di guerra
termonucleare. Se non si parte preliminarmente da questi capisaldi è illusorio
parlare di tattica e strategia. Naturalmente, per sciogliere questi nodi occorre
studiare, approfondire, dimostrare. E se nelle nostre analisi riusciremo ad
assimilare le grandiose lezioni di concretezza tramandateci dai grandi
rivoluzionari del passato (e l’impostazione teorica che ne danno i compagni
della Rete non si conformano a quella concretezza) allora si aprirà una
entusiasmante prospettiva e ci avvieremo davvero alla nascita di un partito
rivoluzionario come quelli che già esistono in Grecia e in
Portogallo.
Amedeo Curatoli, ottobre 2009
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